LA MAPPA DEL TERRORE
Dubai.
Un piccolo staterello della Penisola arabica. Qualche
anno fa la tv nazionale, Sama Dubai,
mostra un’esibizione di twirling. Nelle immagini i
bambini sono impegnati in numero acrobatici. Padri
orgogliosi filmano, i fratellini applaudono, c’è persino un presentatore che
intervista i bambini più bravi. Una normalissima
manifestazione sportiva di bambini, se non fosse che questi si esibiscono con
la riproduzione in miniatura di un mitra.
Il
Dubai non è uno stato che foraggia il terrorismo, ma
che senso ha allevare al culto della guerra dei piccoli, potenziali balilla?
Palestina.
Qualche settimana dopo la tv locale, Palestinian
tv, mostra dei video, delle fictions, che
ricostruiscono i violenti interrogatori della polizia israeliana ai danni di
giovani sospettati di essere potenziali kamikaze, o familiari di martiri
suicidi. Nei video, trasmesso dalla tv palestinese, alcuni dei quali
anche sotto forma di videoclip musicali chiaramente rivolti ai giovani, si
parla di violenze psicologiche e fisiche ai danni dei sospetti. Nessuno vi
sarebbe sfuggito, neppure i bambini, quei bambini che da anni sfidano la
polizia di Tel Aviv a colpi di pietre. Scorrono le testimonianze, vere o false
che siano. Si parla di botte e minacce. Il video è chiaramente propagandistico.
Il giorno dopo la trasmissione, la tv palestinese viene
oscurata.
In
pace come in guerra le atrocità vengono spesso
compiute da ambo le parti. Studio Aperto ha recuperato un filmato che mostra
alcuni bambini palestinesi picchiati selvaggiamente dagli inglesi, per aver
lanciato sassi durante una manifestazione. Il video viene
girato con un cellulare da un militare che britannico che ride ed incita al
pestaggio dei ragazzi disarmati. A seguito della trasmissione del filmato
amatoriale, le autorità inglesi apriranno un’inchiesta; ma le immagini, divulgate
via web e riproposte ossessivamente dalle tv di lingua araba, alimentano
sentimenti antioccidentali. È giusto? È sbagliato? Quale
è il confine tra informazione e propaganda? È giusto che l’Occidente se lo
chieda, ma il problema è che adesso anche il mondo arabo ha scoperto
l’influenza propagandistica che la tv riesce ad avere sulle masse. E ne sta approfittando. Vi sono tv arabe che ripropongono a ritmo incessante videoclip vittimismi, che
fanno infuriare il mondo islamico, contro l’Occidente. I bambini sono spesso un
elemento emotivamente giocabile, di sicuro effetto.
Ecco i bambini ripresi tra le macerie dei villaggi
palestinesi; frugano alla ricerca di qualcosa da mangiare, cercano di salvare
il salvabile; arrossiscono di fronte alle telecamere. Impossibile non commuoversi di
fronte a tanta miseria e devastazione; impossibile non provare disgusto nei
confronti della guerra; impossibile non interrogarsi sulle ragioni della
stessa. Inevitabile però chiedersi se quelle immagini possano
contribuire al processo di pace o, piuttosto, non incentivino
gli elementi più esagitati – come predica al-Qaeda –
“a colpire i crociato ovunque e comunque”.
E qui
sorge un nuovo interrogativo. Il terrorismo è l’effetto del conflitto che
vede contrapposti da una parte Israele e Occidente e dall’altra il mondo
islamico? O ne è la causa? Forse che associazioni
terroristiche come al Qaeda o Hezbollah
non gettino di proposito benzina sul fuoco per alimentare gli scontri, nella
speranza di ridisegnare una propria geopolitica? Magdi
Allam, vicedirettore del Corriere della sera, ha
dichiarato di sentirsi più preoccupato, che non dal terrorismo, da questo Occidente; che puntualmente, di fronte alla strage,
persevera nel nobilitare il terrorismo giustificandolo come reazione a delle
nostre colpe; rifiutandosi di comprendere che ha invece una natura aggressiva. Che dimentica troppo rapidamente che l'Occidente stesso è diventato
una roccaforte del terrorismo islamico e una fabbrica di kamikaze. Per Allam, il terrorismo non è la conseguenza ma la causa dei
mali del mondo arabo; ed è sbagliato giustificare le stragi quali reazioni a
nostre colpe.
Uno
dei vivai del terrore è oggi il Pakistan. Il quotidiano Le
Parisien lo aveva denunziato già dopo gli attentati
di Londra del luglio 2005; proprio il parlamento pakistano, con voto unanime,
ha approvato una risoluzione di condanna contro il Papa, chiedendo le sue scuse
per avere offeso i sentimenti dei musulmani. Tra le varie prese di posizione,
questa, all’epoca del discorso di Ratisbona, fu la
più significativa e preoccupante, perché non proveniva
da ambienti religiosi o da singole personalità politiche, ma da un Governo e da
uno Stato le cui connivenze con l’islamismo terrorista stavano emergendo in
tutta la loro ampiezza. Ma le fucine del terrore sono
molte. Campi di addestramento per assassini e kamikaze
sono stati individuati in Libia e in Afganistan, e
non solo…
Libano.
La forza di pace italiana è da poco sbarcata in pompa magna, quando un ordigno
telecomandato uccide un alto ufficiale dell’Intelligence locale, impegnato
nella lotta al terrorismo. La bomba scoppia a poca distanza dall’accampamento
degli italiani.
Un
tempo il Libano era la Svizzera del Medioriente; ora è un Paese devastato dalla guerra. Laggiù al-Qaeda impazza ed imperversa, riscuotendo
facili consensi. Al processo contro il terrorismo, tenutosi a New York nel
2001, è emerso chiaramente, dalle testimonianze dei terroristi arrestati, come Al-Qaeda sia una vasta organizzazione che riunisce numerosi
gruppi islamisti, inclusi gli
Hezbollah del Libano. Anche
il Libano, come il Pakistan, è diventato una delle fucine del terrore.
La
cronaca più recente ha portato sotto i riflettori, nell’estate 2006, l’ennesimo
scontro armato tra Tel Aviv e le milizie di Hezbollah,
il “partito di Dio”, il gruppo radicale libanese composto da
circa 3000 attivisti, che propugna l’annientamento dello Stato di Israele e la
creazione di una repubblica islamica in Libano, sul modello dell’Iran. Composto
da molti profughi palestinesi, Hezbollah
è fortemente antioccidentale ed anti-israeliano; odia
profondamente tutto ciò che non è islamico in terra di Libano. Il nome che
questi terroristi si sono dati allude palesemente alla guerra santa.
Al
Qaeda ed i suoi epigoni cercano da sempre di seminare
discordia tra le forze dei governi occidentali, allo scopo di abbatterli. In
Spagna la minaccia di attacchi terroristici ha portato
la Sinistra alla vittoria; quest’ultima, in campagna
elettorale, si era detta pronta al ritiro dall’Irak.
Il conflitto libanese, e le conseguenze che ne potevano derivare, ha spaccato
la classe politica italiana, con una Sinistra che è andata a braccetto con Hezbollah ed una Destra che si è detta molto preoccupata
per il rovesciamento dei rapporti con una nazione sinora amica, quale è sempre stata Israele.
All’epoca
le prese di posizione, e le spiegazioni del perché intervenire, impegnarono
leader religiosi e capi di Stato di mezzo mondo.
Ma ciò
che forse è sfuggito ai più è che, nella complessa realtà del Libano, fra gli
anni Settanta ed Ottanta, c’è forse la chiave per decifrare il confronto fra il
mondo islamico e l’Occidente; oggi diventato terreno di scontro a causa dei
gruppi terroristici. In questo Paese ricco, sino alla metà degli anni settanta
si concentravano banche e importanti attività finanziarie. Nella cosmopolita
capitale Beirut si ritrovavano personaggi importanti
da tutto il mondo e lo stile di vita estremamente occidentalizzato faceva
pensare ad una realtà europea trapiantata. Il Paese era attanagliato, però, da
una serie di problemi di convivenza latenti: ad esempio, la compresenza
di fedi diverse da quella musulmana sciita, la musulmana sannita, quella drusa
e la cristiano-maronita. Un vero mosaico a cui, quasi di colpo, andarono ad aggiungersi migliaia di profughi palestinesi
fuggiti dai territori occupati da Israele. Il ricco Libano si trasformò così,
in pochi anni, in una polveriera sociale in cui le divisioni venivano
acutizzate dalle molte pressioni operate dai Paesi vicini.
E così,
nel 1975, scoppiò una sanguinosa guerra civile che contrappose tutte le fazioni
presenti e che conobbe una vera e propria escalation nel 1982, quando Israele
decise di invadere il paese, sino a raggiungere Beirut, per colpire le
organizzazioni palestinesi che operavano dal territorio libanese. Una guerra
che è proseguita anche dopo il ritiro israeliano con l’ingresso nel Libano
dell’esercito siriano, che ha preso il controllo del paese mantenendone comunque l’unità territoriale.
A
sostenere e motivare l’avvento del fondamentalismo in
Libano intervenne la rivoluzione khomeinista, che
offrì l’ideologia e le coperture alle fazioni sciite presenti nella regione. In
Libano operavano, sin dalla metà degli anni settanta, diverse forze di estremisti radicali, come le Brigate di Amal Islami, Azione Islamica,
emanazione del movimento politico-insurrezionalista
alo Mahrumin il cui capo, l’imam
Mussa Sadr, scomparve misteriosamente in Libia nel
1978.
Nel
1980 appare sulla scena Hezbollah, il partito di Dio;
la sua localizzazione storica è la valle della Bekaa, la sua posizione è espressamente antisionista.
Distruggeremo Israele, dicono i kamikaze, alcuni dei quali palestinesi, altri
profughi in Libano ma tutti pronti a farsi saltare in aria in azioni suicida. Ispirato dallo sceicco Hassan
Nasrallah, il movimento conquista facilmente gli
strati poveri di fede sciita, costretti a vivere in una condizione di estrema miseria ed in un clima sociale di grande
frustrazione.
Contemporaneamente,
iniziano a nascere e svilupparsi altri movimenti terroristici, poi a volte
confluiti ideologicamente o militarmente in realtà più organizzate, che hanno
in comune non solo l’odio verso Israele, ma anche verso l’Occidente.
Molti
attacchi terroristici sono indirizzati verso gli occidentali e principalmente
contro le forze del contingente di pace internazionale inviato dall’ONU nella
prima metà degli anni Ottanta.
L’attentato
più sanguinario coinvolse una caserma dei Marines americani; all’epoca i morti furono oltre
duecento, tutti soldati.
Hezbollah
punta alla creazione di una repubblica islamica sul modello dell’Iran in Libano,
e alla rimozione di tutte le influenze non islamiche nell’area. Conta fra i
mille ed i tremila fra attivisti e sostenitori, ed ha cellule sparse non solo
in Libano, ma in tutto il Medio oriente, in Africa, Europa e Nordamerica.
Con
il termine arabo Hizbollah si identifica
il vero riferimento alla Jihad, la guerra santa
cranica. Nato inizialmente come Organizzazione Shia,
ha un’organizzazione complessa che in certi casi opera senza un reale
coordinamento interno, perché composta da gruppi non
sempre omogenei. Ciò rende molto difficile estirparne le cellule terroristiche.
Hezbollah riceve supporto tecnico e
logistico dall’Iran, ed in taluni casi anche la direzione strategica; non per
questo si può definire questo gruppo come un’organizzazione affidabile; la
struttura operativa è nella valle della Bekaa e nei
sobborghi a sud di Beirut; per questo nell’estate 2006 Israele ha attaccato
proprio quelle zone, per mettere fine ai continui attentati in territorio
palestinese pianificati ed organizzati proprio da Hezbollah. Sostenitori sono comunque
sparsi in tutto il Libano meridionale; l’addestramento ed il supporto politico e diplomatico
arrivano, assieme a soldi e armi, da Iran e Siria.
Hezbollah
è una forza tragicamente attiva, sospettata di essere
colpevole di molti attacchi ai danni delle forze armate americane presenti a
Beirut dall’ottobre del 1993, quando furono lanciati camion carichi di
esplosivo contro l’ambasciata USA o l’accampamento dei marines.
Nel
settembre del 1994 i terroristi si sono resi protagonisti di un attacco ad una
sede diplomatica americana. Agiscono generalmente attraverso attentati
esplosivi, ma in molti casi si sono visti in azione con metodi tipici dei
commando.
Ma in
Libano si sono addestrati, nel passato, anche diverse cellule terroristiche,
come nel caso di Settembre Nero…