L’ESPANSIONE DEL TERRORISMO

 

11 ottobre 2006. La tv americana trasmette le immagini di un aereo da turismo schiantatosi contro un palazzo a New York. In seguito si seppe essersi trattato solo di un tragico incidente, ma in quei concitati momenti – durante i quali la tv americana seguì freneticamente i soccorsi – la Grande Mela ripiombò per alcune ore nell’incubo del terrorismo. La coincidenza con il giorno 11 riportava inevitabilmente a momenti altrettanto drammatici; alla distruzioni delle Torri Gemelle l’11 settembre e all’esplosione nella stazione di Atocha a Madrid l’11 marzo.

In realtà non è la prima volta che incidenti aerei hanno fatto scattare l’allerta terrorismo. L’attentato dell’11 settembre è solo il caso più conosciuto, ma New York era stata già colpita un’altra volta, quanto un aereo 747, della linea israeliana El-Al era precipitato contro un palazzo. Era il 4 ottobre del 1992 quando il velivolo, per causa inspiegabili, perdeva il controllo e precipitava sulle case. La stampa ipotizzò un atto terroristico; l’aereo israeliano era sospettato di trasportare segretamente, nella stiva, carichi di armi per Israele. Recenti indagini hanno portato gli inquirenti a propendere per la tesi dell’avaria, dovuta ad un guasto dei motori, ma il dubbio, ed il sospetto, sono rimasti.

I terroristi, del resto, in molte occasioni hanno dirottato aerei, minacciando di farli esplodere; ed in taluni casi li hanno fatti esplodere, senza esservi a bordo. Accadde il 21 dicembre 1988, quando un terrorista libico imbarcò su un Boeing 747 della Pan Am una valigia contenente una bomba. Nell’esplosione, sopra Lockerbie in Scozia, morirono 259 passeggeri; altre 11 persone rimasero uccise dai frammenti caduti sulle case. L’episodio – il più grave attentato aereo della storia d’Inghilterra - fece scuola. Da allora le compagnie aeree si rifiutano di imbarcare bagagli non associati ad un viaggiatore. Ma prima dell’11 settembre nessuno – a parte qualche romanziere americano – aveva mai pensato di utilizzare gli aerei come bombe volanti.

 

Ciò ha spostato la guerra del terrore da quello che era il suo principale campo di battaglia, il terreno, agli spazi aerei. Ora la morte viene dal cielo, ma sino ad allora – dirottamenti a parte – la guerra era stata combattuta in larga parte sul campo, nascondendo mine e bombe, colpendo con i cecchini, facendosi esplodere nelle piazze. In questo senso ha fatto scuola quella che è stata e resta una delle principali basi del terrore, l’Afganistan, uno staterello di 600 chilometri quadrati per 24 milioni di abitanti.

Il mondo occidentale si è ricordato dell’esistenza dell’Afghanistan nel 1979, quando il paese venne invaso dalla confinante Unione Sovietica. Al momento parve giusto, ai paesi occidentali schierati in funzione antisovietica – soprattutto America e Gran Bretagna – usare l’integralismo islamico come forza combattente e riunificatrice. La chiave di volta di quest’operazione fu però il vicino Pakistan, trasformatosi da stato confessionale a paese fondamentalista nel giugno 1977, quando un golpe aveva deposto il presidente di allora. In posizione militarmente strategica, dal Pakistan passavano gli aiuti alle milizie talebane. Le violenze dell’Armata Rossa fecero sì che l’Occidente guardasse all’Afghanistan con rinnovata simpatia e che la popolazione stessa solidarizzasse con i propri partigiani, i mujaedin, i guerrieri santi del comandante Ahmad Massud, in seguito eliminato proprio da al-Qaeda, perché ostile ai talebani e leader di un movimento di liberazione che rifiutava il terrorismo; al-Qaeda sapeva bene che la cattura di Bin Laden sarebbe potuta avvenire solo ad opera della opposizione afgana riunita e guidata dal carisma di Massud.

Guadagnatosi l'appellativo di "Leone del Panjshir" durante la vittoriosa resistenza afgana alle truppe sovietiche, Ahmad Shah Massud era stato capace di riunire nell'Alleanza del Nord i numerosi partiti di opposizione al governo Talebano e, disponendo di una forza stimata in 15.000 uomini armati, sarebbe stato l'unico in grado di eliminare o catturare Bin Laden.

Massud venne ucciso da due kamikaze, due finti giornalisti, la cui videocamera era imbottita di esplosivo; il fantasioso, quanto tragico attentato ha fatto scuola; da allora in America è vietato avvicinarsi al presidente degli Stati Uniti con videocamere che non siano state preventivamente ispezionate. Circa Massud, ancora oggi ci si chiede se l’Occidente abbia fatto tutto il possibile per aiutare l’unico leader che avrebbe potuto eliminare lo sceicco del terrore e la sua rete.

 

Il capitolo della guerra in Afghanistan si chiuderà nel 1994,

dopo nove anni di guerra e milioni di vittime civili; sarà il Pakistan, attraverso il servizio segreto, a prendere il controllo del Paese e ad imporre il regime dei talebani. L’uomo che rese possibile quest’impresa, il generale Ahmad Mehmood, capo dei servizi segreti, l’8 ottobre 2001 sarà rimosso dal presidente pakistano Musharraf; Mehmood risulterà essere l’uomo di punta di al-Qaeda in Afghanistan, implicato di persona nell’attentato dell’11 settembre.

Le milizie dei talebani, sconfitte ma non vinte dall’intervento americano, sono costituite da combattenti che provengono dalle madrasse, ovvero da scuole coraniche fondamentaliste, create apposta per plagiare le giovani menti.

Là oltre cinquantamila studenti imparano il Corano a memoria, ma vengono addestrati anche all’uso delle armi. Queste scuole reclutano bambini tra le famiglie più povere, spesso nei campi profughi, in cambio di cibo e riparo. Trasformare questi infelici in combattenti e kamikaze è un gioco da ragazzi. Per questo motivo il mondo occidentale guarda sempre con molta apprensione alla nascita, in Europa, di scuole islamiche fuori da qualsiasi controllo.

In pochi anni le milizie talebane prenderanno il controllo del sud dell’Afghanistan e di quella che diverrà la loro storica roccaforte, la zona di Kandahar, di etnia Pashtùn. Nel settembre del 1996 conquistano Kabul. La loro ascesa è considerata così forte che i russi, preoccupati a loro volta di un’invasione, schiereranno le proprie truppe al confine con il Tagikistan. La rivolta islamica, da passiva, diventava attiva, ed il fondamentalismo iniziava a travolgere l’Europa.

Neanche gli italiani sono rimasti immuni dalle attenzioni dei talebani, dopo che il nostro arrivo  - come forza di pace nell’Afganistan liberato da Washington - era stato celebrato in pompa magna dalle televisioni e seguito in diretta nientemeno che dal al-Jazeera. Il 26 settembre del 2006, alle 5 antimeridiane, a 10 chilometri da Kabul il contingente italiano veniva stato colpito da una bomba telecomandata, che ha distrutto uno dei tre blindati degli Alpini di Cuneo. Quattro feriti, compresa una donna soldato, e due morti, che hanno portato a sei le perdite sino ad allora subite in Afganistan. L’attentato è stato rivendicato dalla Milizia Islamica dei Talebani; l’episodio ha destato viva commozione nell’opinione pubblica italiana e la sorella di uno degli alpini caduti ha lanciato un appello mediatico.

Sebbene, a cinque anni dal rovesciamento del regime talebano, questi ultimi abbiano riconquistato gran parte del paese, non sempre sono rose e fiori.

Dopo l’attentato dell’11 settembre il Pakistan si è trovato in una difficile situazione che ha creato forti tensioni interne ad un Paese che ha tutto l’interesse ad avere vicini amici, per potersi concentrare sullo storico confronto armato con l’India. Il governo pakistano era chiaramente legato ai talebani che proteggevano al-Qaeda, ma già manteneva forti vincoli economici con gli Stati Uniti, tanto da preferire di schierarsi con la coalizione internazionale, contro Bin Laden. In Pakistan operano gruppi e partiti fondamentalisti, come Harakat ul Mujahidin, legato ad al-Qaeda; ma oggi il presidente pakistano preferisce sedere accanto al collega americano, che essere associato al terrorista più ricercato del mondo.

 

Sebbene il terrorismo islamico presenti sostanziali differenziazioni da stato a stato, da cultura a cultura, gli esperti concordano nel fatto che esso si sviluppi principalmente tramite un burattinaio che tutto organizza e coordina: Osama Bin Laden.

Sua sarebbe la mano che tenta di indirizzare l’estremismo occidentale, fra i convertiti dell’area balcanica ed ex sovietica.

La strage di Beslan in Cecenia nel 2003, nel teatro moscovita, sarebbe stata – ad esempio - solo uno dei tanti episodi in cui ad europei convertitisi alla causa islamica sarebbe stato suggerito di utilizzare il terrorismo come arma di destabilizzazione politica. Il fatto che, per la prima volta, ad immolarsi come kamikaze fossero donne, ed anche madri, la dice lunga sul lavaggio del cervello che certe scuole fondamentaliste riescono ad operare sui propri membri.

La Cecenia è un esempio illuminante di come il fondamentalismo islamico, infiltrandosi in una situazione di crisi, sia riuscito a spaccare l’assetto geopolitico di una nazione, in questo caso dell’Unione Sovietica. La Cecenia si è separata unilateralmente dalla federazione Russa nel 1992; Mosca non ne ha accettato l’indipendenza ed ha risposto con azioni militari. A guidare il movimento separatista vi sono gruppi islamici estremistici; la Cecenia, difatti, ha subito l’infiltrazione di molti gruppi di fondamentalisti provenienti da Pakistan e Afghanistan, come pure dai Balcani, dall’Iran e dall’Arabia. Molti di questi profughi sono uomini di al-Qaeda che hanno operato in Afghanistan e nelle zone del Nagorno-Karabach, sul fronte azero contro gli armeni. Dal crogiuolo formato da tali organizzazioni radicali è nato un movimento indipendentista caucasico, sostenuto dalla mafia locale che fomenta il conflitto unicamente per denaro; scopo dei separatisti è trasformare la Cecenia in una repubblica islamica con funzione di centro dell’internazionalismo islamico. Anche il vicino Uzbekistan si ricollega ad al-Qaeda. Là opera il Movimento Islamico dell’Uzbekistan di Juma Namengani (ucciso poi in Afganistan), legato a Bin Laden; ha come scopo creare uno stato islamico integralista centro-asiatico che unisca l’Uzbekistan al Tagikistan. Se si pensa che tutti questi stati confinano con Pakistan e Afganistan, ci si rende conto di come, subdolamente, l’integralismo islamico stia cercando di creare un gigantesco stato terrorista lungo quella che per secoli fu la barriera alle invasioni turche ed alla penetrazione islamica in Europa. Dalle repubbliche ex Sovietiche parte dunque l’assalto al cuore dell’Occidente.