TERRORISMO ISLAMICO

FALCHI TRA LE COLOMBE

 

L’11 settembre non è stato né il primo né l’unico caso di dirottamento aereo a fini terroristici. Oggi i ribelli palestinesi sono venerati come martiri in terra occupata, ma negli anni Settanta si macchiarono di tremendi attentati legati proprio al dirottamento ed alla distruzione degli aerei di linea.

6 settembre 1970. Il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina dirotta tre aerei di linea, un Twa, un Swissair, un Panamerican; di quest’ultimo si impossessano un gruppo di terroristi, uno dei quali ha una bomba nascosta nell’inguine, portata a bordo nonostante un controllo approfondito sulla sua persona. Un altro aereo, un El-al israeliano, che nelle intenzioni dei terroristi doveva portare al sequestro di alcune centinaia di ostaggi israeliani, viene sventato all’ultimo minuto. Un quarto aereo, un Boac londinese, verrà dirottato qualche giorno dopo da alcuni simpatizzanti del movimento terrorista, per emulazione. Tutti gli aerei erano diretti negli Stati Uniti ed ospitavano molti israeliani americani. Fu quella la prima volta in cui l’America fu seriamente coinvolta in un’aggressione legata al terrorismo internazionale.

Lo scopo dei terroristi era semplice, catturare il più alto numero di israeliani per ottenere la liberazione delle migliaia di terroristi palestinesi detenuti nelle carceri del mondo occidentale. I quattro aerei vennero dirottati – non a caso - in Giordania; là il governo filoamericano di re Hussein, dopo aver perso nel 1967 in una guerra con Israele la Cisgiordania, da tempo doveva i conti con le ingestibili masse di immigrati cisgiordani, nelle quali si erano infiltrati terroristi palestinesi, ospiti nei campi profughi. La situazione politica giordana era da tempo molto instabile. Sin dagli anni Sessanta i comunisti egiziani di Nasser, dichiaratamente antisemiti, ed i profughi dell’OLP alimentavano disordini per far cadere il governo o costringerlo a legarsi a doppio filo all’Egitto integralista, in funzione antisraeliana.

Proprio i palestinesi, da tempo, cercavano di sostituirsi al governo legittimo per imporre la nascita di uno stato arabo nazionalista; il ricorso alle armi era immediato; i cecchini palestinesi terrorizzavano la capitale e scatenavano una vera e propria guerra civile.

Dei paesi arabi partecipanti alla guerra con Israele, la Giordania è lo stato che ha subito, con la sconfitta, le più vaste e gravi devastazioni: 20.000 civili morti, la perdita di Gerusalemme e la Cisgiordania, la regione più ricca del Paese. La resistenza palestinese, ben lungi dal cercare compromessi di pace, nel 1970 intensificava la propria attività per bloccare il piano Rogers, il progetto americano di “cessate il fuoco” tra Egitto e Israele lungo il Canale di Suez, la cui realizzazione porrebbe termine alle aspirazioni del popolo palestinese di riottenere la propria terra.

Il dirottamento di settembre rientrava proprio in questa strategia del disordine.

Per diversi giorni centinaia di ostaggi vennero tenuti prigionieri, con la minaccia di essere trucidati. L’esercito giordano, da una parte, accerchiava gli aerei dirottati; dall’altra, carri armati in mano ai palestinesi cisgiordani erano pronti ad intervenire a favore dei terroristi, a costo di scatenare una guerra civile.

A sorpresa, i terroristi sposteranno gli ostaggi nei campi profughi, con la complicità delle milizie palestinesi; e faranno esplodere gli aerei.

L’Occidente osservò imponente lo svolgersi degli eventi, sino a che re Hussein ordinò all’esercito il bombardamento dei campi profughi. Furono migliaia i civili palestinesi uccisi in quello che passerà alla storia del mondo arabo come un “settembre nero”. Settembre Nero diverrà anche il nome di un movimento terroristico che, in memoria di quelle stragi, compirà eccidi contro Israele alle Olimpiadi di Monaco. L’intervento dell’esercito nei campi profughi porterà alla liberazione degli ebrei prigionieri ed alla fine della guerra civile.

Oggi che l’Occidente è soggetto alla costante ed inesorabile penetrazione extracomunitaria islamica, c’è da chiedersi quante Giordanie potrebbero un giorno replicarsi sul nostro territorio.

 

AL-QAEDA IN EGITTO

 

Egitto. Un nome che evoca spiagge dorate, mari limpidissimi, villaggi vacanze, le piramidi e la sfinge. Pochi ricordano che uno dei Paesi fra i più occidentalizzati del mondo arabo, ha dovuto faticare molto per non finire come la vicina Giordania, arginando la piaga del fondamentalismo islamico, alimentata dall’odio contro il vicino Stato di Israele . Principale artefice della politica di distensione fu Anwar Sadàt, il padre del moderno Egitto laico e moderato. Sadat abbandonerà la politica di odio antiisraeliano propugnata dal suo predecessore, Nasser, il “faraone rosso” - così detto per i suoi legami con l’Unione Sovietica – che predicava la distruzione dello Stato di Israele, un ritornello oggi ricorrente presso i gruppi terroristici.

 

Marzo 1973. Anwar Sadat assume la carica di primo ministro dell’Egitto. È ben deciso a risolvere il problema delle guerre con Israele, e per farlo si riavvicina agli Stati Uniti di Carter; nel 1976 annulla il trattato di amicizia con l’Unione Sovietica, che continuava a gettare benzina sul fuoco aizzando gli arabi contro l’Occidente filoamericano. È il 19 settembre del 1977 quando Sadat atterra all’aeroporto israeliano di Loh; lo riceve Golda Meir, il primo ministro israeliano, che ha interrotto un viaggio negli Stati Uniti per potersi accordare con lui. Sadat si troverà così gomito a gomito con i nemici di un tempo, come il generale Moshè Dayan, le cui truppe hanno combattuto strenuamente gli egiziani. Ma le ostilità contro Sadat sono molte. A cominciare da Beghin, il “falco” leader del partito del Likud, che predica l’intransigenza contro il mondo arabo; e c’è l’ostilità del mondo arabo stesso: la Siria e la Palestina, sostenute dall’Unione Sovietica, che non vuole la pace. In pochi perdoneranno a Sadat queste immagini riprese dalle televisioni di tutto il mondo, che mostrano il premier egiziano ridere contento accanto al ministro israeliano, dal palco della Knessèt, il parlamento israeliano. Con quegli accordi Sadat riconosceva di fatto l’esistenza legale dello Stato di Israele – tuttora negata dai terroristi libanesi di Hezbollah e dalla Siria che li appoggia -. Il mondo occidentale si schiererà con lui, quello arabo contro di lui.

Quando Sadat si recherà, il 20 novembre 1977, al terzo dei luoghi più santi dell’Islàm, la moschea di Al-asma, si troverà circondato da musulmani ostili. Ma al Cairo una folla di cinque milioni di persone gli tributerà onori trionfali, per aver fatto cessare la guerra.

Ed ecco così la spaccatura, tra i falchi governativi dell’integralismo sia arabo che israeliano, e le colombe rappresentate dalla popolazione stanca delle continue guerre.

Ma il premier egiziano tiene duro; rompe il trattato con Mosca; ne firmerà invece uno a Camp David con Israele, nel 1978, aprendo alla cessazione delle ostilità ma isolando di fatto l’Egitto dal resto del mondo arabo.

Nel mondo arabo la politica estera di Sadat incontra infatti, da subito, un’opposizione dura e il Consiglio della Lega Araba, riunitosi in Irak subito dopo la firma del trattato di pace tra Egitto e Israele, prende drastici provvedimenti per isolare l’Egitto, acuendo così la dipendenza economico-militare del Paese dagli aiuti statunitensi. Anche la Libia, alleata d’un tempo, inasprisce a tal punto i rapporti, da far temere lo scoppio di una guerra. A farne le spese, soprattutto i lavoratori egiziani che prestavano la loro opera in Libia, espulsi da Gheddafi.

L’Occidente, riconoscente, tributerà a Sadat il premio Nobel nel 1978; l’integralismo islamico, invece, non lo perdonerà. L’OLP reagisce con attentati in Libano, Pakistan, Egitto, Israele e Francia.

E le radio arabe inneggiano alla nascita di un nazionalismo egiziano. Gli estremisti riusciranno nel loro intento distruttivo. Il 6 ottobre 1981 Sadat viene ucciso al Cairo, nel corso di una parata militare.

In effetti proprio in Egitto nasce, nel 1927, il più importante movimento fondamentalista islamico, quello dei Fratelli Musulmani, un gruppo che influenzerà tutti i movimenti ed i gruppi islamici nel mondo. Sebbene la Fratellanza Musulmana neghi di avere rapporti con il terrorismo, essa considera l’immolazione del kamikaze come una pratica coranicamente accettata; il suo obiettivo è predicato nel libro “La via da seguire” ed è purificare la società egiziana dalle influenze occidentali e straniere, per arrivare ad uno stato coranico.

Negli anni Cinquanta la Fratellanza si rese protagonista di azioni terroristiche contro obiettivi occidentali, il tutto nel contesto di uno stato che si ispirava a principi moderati, ma che comunque la guida di re Faruk non riusciva a gestire. In quegli anni il colpo di stato di Nasser venne prima appoggiato e poi contrastato dall’organizzazione. L’episodio più eclatante lo si ebbe il 26 ottobre 1954, quando un estremista islamico tentò di uccidere Nasser, provocando una durissima repressione nei confronti dei Fratelli Musulmani. La sconfitta subita dall’Egitto, da parte di Israele in quella che fu chiamata la “Guerra dei sei giorni”, fece crescere i consensi verso i fondamentalisti; in particolare nel 1978, quando Sadat stipulò la pace con Israele, mettendosi al tavolo con i più influenti personaggi di Tel Aviv: il primo ministro Golda Meir, e soprattutto il generale Moshè Dayan, il vincitore della guerra dei sei giorni. L’Egitto millenario, agli occhi dei reazionari, sembrava esseri inginocchiato dinnanzi al vincitore. La Fratellanza Musulmana lo condanna a morte. E la condanna viene eseguita.

 

Il regime del suo successore, il generale d’aviazione Hosni Mubarak, dovrà confrontarsi con lo scoppio della rivoluzione islamica in Iran. Il fermento nel mondo arabo è alle stelle. In questo periodo nascono gruppi come Tanzim al-Jihad e al-Najum. I gruppi islamici più estremisti iniziano a radicarsi sempre di più nel territorio dell’Egitto. Nel 1993 un quartiere periferico estremamente degradato de Il Cairo finisce nelle mani degli estremisti, che lo proclamano “Repubblica Islamica di Imbala”. Ciò a significare che è nei ceti più bassi e disagiati che si registra la maggior presa dei gruppi radicali; a differenza di quanto avverrà invece per Hamas in Palestina o per al-Qaeda, che recluteranno cervelli dal ceto medio.

Passano gli anni ed il confronto fra il governo egiziano e le realtà clandestine islamiche si fa più serrato. Il 26 giugno 1995, durante una visita di stato in Etiopia, ad Addis Abeba, il presidente Mubarak subisce un attentato -  fallito – che si pensa sia stato ordito da Bin Laden e realizzato da al-Qaeda.

Nonostante l’eccezionalità del fatto, si tratta solo di una delle tante azioni terroristiche che sin dal 1990 segnano la quotidianità egiziana. In questa situazione il terrorismo perde la sua connotazione territoriale e diventa parte del confronto fra radicalismo islamico e forze quali il governo e gli intellettuali moderati, identificati come ostacolo alla nascita di una cultura araba fondamentalista.

Il terrorismo egiziano si configura quindi come uno scontro tra due culture; non tanto fra Occidente e mondo arabo, ma, per dirla con le parole della psicologa arabo-americana Wafa Sultàn, tra due mentalità: una medievale e una moderna.

 

 

Il 17 novembre 1997 un commando di cinque terroristi, addestrati nei campi di al-Qaeda in Afganistan, compie un’azione a Luxor, ai danni di una comitiva di turisti: 58 stranieri e 4 egiziani cadono prima che si abbia ragione del commando. L’obiettivo è quello di colpire l’economia turistica del Paese. L’azione viene rivendicata da quello che appare essere il gruppo più forte nel panorama dei movimenti estremistici  del Paese, Gama’a al-Islamia, legato a Bin Laden.

Oggi la Fratellanza Musulmana si è ramificata in gruppi e realtà diverse, una delle quali ha assunto una veste politica ufficiale partecipando alle elezioni del 1984. Ma per alcuni, essa non avrebbe perso la sua forza ispiratrice. Nell’Università egiziana di Al Azhar il pensiero integralista è molto forte e radicato; là si sono formate molte associazioni impegnate nel sociale, nei sindacati e nella cultura; ma si sono formati anche molti giovani che poi hanno aderito a gruppi terroristici.

Poiché i programmi didattici per i figli degli extracomunitari in Occidente arrivano dall’Egitto, ciò spiega perché talune forze politiche – in Italia e in Europa - guardino con sospetto alla nascita di scuole islamiche in Occidente; si teme che programmi e professori possano risentire dell’influenza fondamentalista; per questo motivo diversi stati si irrigidiscono anche su questioni apparentemente di poco conto, come il velo a scuola, vietato in Francia e Gran Bretagna, sostanzialmente perché simbolo di una cultura chiusa, che non vuole integrarsi ma che può apparire intenzionata a dominare.

Oggi la situazione in Egitto è estremamente complessa: infatti, se il governo – partito unico con l’appoggio dei militari – è visto dai fondamentalisti come un regime ostile, dall’altro libere elezioni potrebbero consegnare il Paese alle fazioni più radicali.