INTERVENTO DEL MINISTRO GIANCARLO GALAN ALLA PARTECIPANZA DI SAN GIOVANNI PERSICETO, PER L’ASSEMBLEA ANNUALE DI CONFAGRICOLTURA

 

Tavola Rotonda un “Futuro fertile per l’agricoltura bolognese”

 

 

Prima di assumere la responsabilità di Ministro credevo di conoscere almeno in parte le complessità e le difficoltà che più o meno attraversano quasi tutte le questioni che hanno a che vedere con il mio Ministero.

Purtroppo, mi sono accorto ben presto di essere arrivato in via XX settembre in un momento particolarmente difficile per l’agricoltura e la pesca italiane, anche se so che il cosiddetto settore primario non ha mai conosciuto giorni sempre sereni dinanzi a sé.

Se da una parte c’è la biodiversità da tutelare e valorizzare, dall’altra però ci sono i problemi degli zuccherifici, delle vertenze latte, dell’agroalimentare clonato, del regolamento della pesca, per non parlare dell’Unire o del tabacco o di ciò che dobbiamo ottenere con la Pac.

 

Ma se ho deciso di venire qui da voi è perché desideravo stare assieme a degli amici, con persone e associazioni impegnate da sempre nel risolvere i problemi e quindi a non rendere quei problemi ancora più irrisolvibili.

 

Tra l’altro, potevo forse disertare l’appuntamento con l’Emilia Romagna che è rappresenta uno dei punti di forza dell’agricoltura e di tutto l’agroalimentare nazionale?

Non basterebbero da soli i numeri a dire quanto significhi per l’economia e l’occupazione delle nostre campagne e dei nostri allevamenti questa regione. Occorrerebbe andare anche al di là; pensare alla cultura che da quei campi nasce e che si è sviluppata nel corso dei secoli, aiutando questa terra a progredire.

A dircelo sono i prodotti che qui sono tanti e tanto diversificati: dalla pasta ai prodotti zootecnici di qualità (sono emiliane le principali Dop ed Igp del nostro Paese, dal Parmigiano all’Aceto Balsamico), all’ortofrutta e poi il vino e l’olio di oliva - che, anche in piccole quantità, è pure prodotto a livelli qualitativi di eccellenza-.

 

In Emilia troviamo praticamente tutte le espressioni che caratterizzano il nostro Made in Italy nel mondo. O, per meglio dire, che caratterizzano quel modo italiano di coniugare qualità e significato del saper vivere.

Ritorno ora su alcuni numeri che meglio possono illustrare il sistema agroalimentare emiliano.

Come sappiamo, l’Emilia Romagna è la seconda regione italiana, subito dopo la Lombardia, per valore della produzione agricola e valore aggiunto settoriale, rispettivamente con oltre 5 miliardi di produzione e 2-3 miliardi di valore aggiunto.

 

Ha una produzione che incide per il 12% sul totale della produzione nazionale e che è diversificata nel rappresentare tutti i principali comparti.

 

Questa economia agricola multiforme non ha impedito di risentire della cattiva congiuntura che stiamo attraversando e delle pesanti crisi di settore da cui faticosamente si sta cercando di uscire. Una situazione emblematica della difficoltà che sta incontrando, da alcuni anni per la verità, tutta l’agricoltura italiana.

In Italia nel 2009 il reddito per addetto è calato rispetto all’anno precedente del 21 per cento circa. In Emilia Romagna il calo di redditività è stato anche superiore (meno 24 per cento) con punte di “tagli” ai redditi del 50% per pesche e nettarine.

Tutto questo ha un effetto sulla struttura delle imprese: in Italia negli ultimi dieci anni, mentre il reddito si contraeva del 36 per cento, le imprese agricole registrate presso le Camere di Commercio sono calate del 20 per cento (da oltre un milione ad 840 mila circa).

 

Come recuperare allora?

 

Intanto insistendo sulla riduzione dei costi e poi difendendo in ogni modo i trasferimenti dal bilancio comunitario che non possono essere messi a repentaglio con la riforma del dopo 2013. Specie per la zootecnia, dove senza di essi non si ha redditività del ciclo produttivo.

 

Sulla riduzione dei costi incide anche il bilancio pubblico nazionale. Per questo la manovra economica varata dal Governo dovrà considerare tra le priorità quella costituita dal settore agricolo. Un settore in cui abbiamo investito poco negli ultimi anni, di qui la necessità di invertire la tendenza.

 

Dobbiamo trovare al più presto il modo di erogare i 65 milioni di euro residui per i bieticoltori; e così pure le risorse per la stabilizzazione delle agevolazioni previdenziali per le aree montane e svantaggiate che scadono a luglio.

 

Serve il massimo impegno a Bruxelles, perché è lì che va risolta la questione dell’ammissibilità dell’agevolazione per il gasolio utilizzato sotto serra. E lo stesso vale per la vertenza che può sbloccare il regime di aiuto per i tabacchicoltori già dal 2010.

Oltre ad insistere sui costi, che possono appunto essere contenuti grazie all’intervento delle politiche comunitarie e nazionali ma anche delle imprese e dalle loro forme associative che possono concentrare la domanda, non c’è dubbio alcuno che si deve intervenire sulla valorizzazione del prodotto.

 

Ad esempio si potrebbero integrare i già consolidati sistemi di qualità comunitari legati all’origine (Dop, Igp, Docg, Doc…) promuovendo nuovi sistemi nazionali di riconoscimento della qualità.

Forme di valorizzazione dei prodotti che rispettano determinati requisiti definiti a livello nazionale e che potrebbero essere anche sostenute dalle misure di sviluppo rurale.

 

Ma c’è una questione su cui ritengo per davvero indispensabile intervenire, e intervenire con urgenza.

 

Secondo una recente analisi le piccole e medie imprese del Paese sopportano un carico burocratico che ha un costo pari a 16 miliardi, il che significa oltre l’un per cento del Pil nazionale. E nel 2007 è stato calcolato che le aziende agricole, per il solo rispetto della condizionalità dei pagamenti diretti, sostenevano un costo di 900 milioni di euro l’anno, pari al 2 per cento del valore della produzione agricola complessiva.

Dobbiamo ridurre e semplificare realmente gli adempimenti. Partendo da quelli relativi alla gestione degli occupati, alle normative ambientali, sino ai controlli che riguardano la qualità dei prodotti.

 

E’ il caso del settore vitivinicolo. La riforma dell’Ocm sta portando ad un aumento del numero e del costo dei controlli che si ripercuotono sui produttori. Tendenzialmente questo costo potrebbe anche raddoppiare. Invece possiamo ridurre i controlli all’essenziale, evitando quelli non espressamente richiesti da Bruxelles, e ricorrendo per quanto possibile alle autocertificazioni, come è stato già fatto in Francia.

 

A proposito di competitività, i prossimi sei mesi saranno cruciali per l’impostazione della strategia di promozione delle energie da fonti rinnovabili in Italia. Entro l’anno occorrerà recepire la direttiva europea sull’argomento e entro giugno si procederà all’elaborazione del Piano di azione nazionale per le energie rinnovabili, con cui saranno determinati gli obiettivi nazionali per la quota di energia da fonti rinnovabili consumata nel settore dei trasporti, dell’elettricità e del riscaldamento e raffreddamento fino al 2020. Poi sempre entro l’anno è previsto il primo decreto triennale diretto alla revisione degli incentivi.

 

Sembra lecito, da come si sta impostando il lavoro, un certo ottimismo dal punto di vista della produzione di “agro-energie” che possono derivare dai nostri campi e dai nostri allevamenti.

 

L’Unione europea affida alle biomasse di origine vegetale ed animale un ruolo centrale per centrare gli obiettivi al 2020. Sul fronte nazionale, d’altro canto, la legge comunitaria, al fine di rafforzare il ruolo delle biomasse e del biogas, prevede nei criteri direttivi la revisione degli incentivi per le biomasse ed il biogas al fine di una maggiore promozione della piccola generazione distribuita collegata all’attività agricola.

 

Occorrerà comunque vigilare, affinché si valorizzino davvero le risorse del sistema agricolo nazionale, evitando di puntare sull’importazione.

Poi altri temi cruciali saranno la stabilizzazione degli incentivi e la sostenibilità ambientale delle materie prime i cui criteri potrebbero “spiazzare” alcune nostre produzioni.

 

Sullo sfondo però abbiamo le prospettive della Politica Agricola Comune (Pac), un appuntamento che va superato nei termini più positivi per noi.

 

E’ stato ormai avviato il dibattito sul “dopo 2013”, anche perché c’è un’esigenza imprescindibile: il mantenimento del budget per la spesa agricola. Occorre però riflettere anche su quanto bisognerà fare da qui al 2013.

 

Ad esempio va valutato in che termini il Commissario Ciolos presenterà il promesso pacchetto “anticrisi” per introdurre da subito misure di mercato.

 

E inoltre, ecco un’altra nota assai dolente: come risolvere la questione delle somme comunitarie a valere dello sviluppo rurale che le Regioni italiane non riescono ad utilizzare?

 

Qui o si sceglie la strada del rinvio, prorogando da due a tre anni il termine entro cui poter spendere le somme stanziate; oppure occorrerà velocizzare la spesa il più possibile, snellendo al massimo le procedure amministrative regionali.

In ogni caso, alcune Regioni potrebbero non avere domande a sufficienza tali da coprire tutto lo stanziamento disponibile. Ma se non fosse percorribile la strada della proroga, bisognerà valutare la possibilità di consentire trasferimenti di risorse tra Regioni.

 

Come si vede, ho solo indicato alcune questioni, non tutte le questioni che vi riguardano e che ci riguardano. In ogni caso, siamo posti di fronte alla necessità di ottenere cambiamenti, cambiamenti che vanno approvati in sede comunitaria, ma per far questo serve tempo, serve coesione sia in Italia che a Bruxelles, perché è a Bruxelles che va costruita l’alleanza con gli altri Paesi membri allo scopo di ottenere le modifiche richieste.

 

Pertanto, occorre definire da subito una strategia, e questo certamente assieme con le organizzazioni degli imprenditori agricoli ma non solo. Dobbiamo farlo per essere nelle condizioni di rendere vincente la nostra strategia con efficacia e tempestività in sede comunitaria, perché è lì che si perde o che si vince.